È giusto lavorare gratis?

No. Non è giusto lavorare gratis perché il lavoro è lavoro e il lavoro si paga.
Potrei terminare qui questo post, ma farò di più: racconterò la storia che mi ha spinto a scriverlo.

Tempo fa, poco dopo essermi laureata in Storia dell’arte e quindi quando si stava facendo strada in me l’idea che avrei fatto meglio a fare l’estetista, cominciai ad inviare CV. Per quanto incredibile possa sembrare, avevo accumulato già qualche esperienza nel campo (sto parlando di lavoro vero, retribuito con regolare contratto) e contando anche i tirocini obbligatori svolti durante l’università, avevo nel mio CV qualcosa da raccontare.

Non passarono due mesi che fui contattata per un colloquio da un ente culturale privato.
Andai al colloquio dove c’era il titolare e due ragazze. Il posto era molto bello, curato, e le persone mi sembravano serie.
Mi furono fatte domande di storia, di arte e di cultura generale.
Alla fine il titolare si disse soddisfatto del colloquio, aggiunse che il lavoro da fare presso di loro era tanto, ma con rammarico precisò che non c’erano fondi per pagare.
Per pagarmi.
Quindi mi chiese se intendevo comunque collaborare con loro.

Fui io a dire: “Vi farò sapere”

Ero indecisa sul da farsi e raccontai la cosa ai miei amici dicendo che ero più propensa a rifiutare. Apriti cielo. Tutti, tranne forse qualcuno, mi dissero che avrei fatto molto male a non accettare perché era una buona occasione per fare esperienza, perché ero laureata da poco, perché magari avrebbero visto che ero brava e mi avrebbero assunta.
Ma le loro argomentazioni non mi convincevano più di tanto.
Quindi, dopo aver sentito tutte le campane reali, decisi di sentire quelle virtuali e chiesi a Google:
“è giusto lavorare gratis?”
Trovai molti post, molti articoli e interi blog dedicati a temi del genere scritti da ragazze e ragazzi che avevano vissuto esperienze in prima persona e dopo averne letti un po’ fui dell’idea che no, non è giusto lavorare gratis.
Ad oggi ne sono ancora convinta e provo a spiegare perché.

Innanzitutto perché, mi ripeto, il lavoro è lavoro e il lavoro si paga: impiegare le proprie competenze e il proprio tempo è qualcosa che necessita tassativamente di una remunerazione.
Anche nel caso in cui di esperienza ce ne sia poca o nulla, si tratta comunque di investire il proprio tempo, di dedicarsi ad una causa, a un progetto e farlo assumendosi le proprie responsabilità, cose che richiedono impegno e l’impegno va remunerato.
Poi perché accettando di lavorare gratis si andrebbe ad alimentare quella convinzione perversa secondo cui chi “assume” crede che pagarti in esperienza sia sufficiente e se non accetterai tu accetterà qualcun altro. Non bisogna essere complici del meccanismo dello sfruttamento, mai.
Altra cosa, quasi mai è vero che non ci sono i soldi per pagare. Altrimenti vorrebbe dire che quell’ente (o impresa, o agenzia, o quel che sia) si manterrebbe per grazia di Dio, cosa poco probabile a mio avviso.
E, in ultimo, i lavori non retribuiti, oltre a non essere retribuiti, comportano anche un dispendio economico per chi li svolge. L’abbonamento della metro costa; il pranzo costa; le scarpe e i vestiti che si devono indossare per lavorare costano.
Non mi pare che in salumeria si possa pagare un panino con l’esperienza accumulata.

Tornando alla mia storia, quell’ente privato mi richiamò e non ebbi dubbi nel rispondere che non intendevo accettare.
Nei mesi seguenti continuai a mandare CV e altre volte mi si fecero proposte del genere. La cosa meravigliosa era che se andavi a cercare chi fossero i proprietari di queste realtà, chi lo sa come mai, finiva sempre che si trattava di imprenditori con capitali da investire in cultura. Solo che in questi investimenti la voce “stipendio dipendenti” non era contemplata.
Senza chiedere consigli a nessuno rifiutavo ogni offerta e lo facevo senza pensarci due volte e questo perché avevo un’opinione coerente, formatasi anche grazie alle cose che lessi sui vari siti e forum mesi fa.
Oggi scrivo questo post perché voglio aggiungermi alla schiera di articoli e post che mi fecero guardare le cose da una prospettiva che reputo assolutamente giusta.

Se vi interessa, dopo vari tentativi riuscì a trovare un lavoro.
Lo stipendio non era altissimo, ma avevo un contratto. A contratto scaduto il mio lavoro si è interrotto. E ora ne sto cercando un altro. Anche questa volta le allucinanti proposte di lavoro non mancano, come ad esempio quella di una casa editrice che mi scrive candidamente che se voglio posso collaborare volontariamente con loro, “contribuendo alla loro crescita”. Oppure un’altra casa editrice che mi contatta dopo aver visto il mio blog, chiedendomi una recensione di un loro libro da fare in poco tempo, in modo ben preciso e gratuitamente, ecc…

Personalmente non so se sia possibile l’esistenza di qualche caso limite in cui il gioco valga la candela, non mi viene in mente nulla di particolarmente convincente.

Una amica tempo fa mi disse che lavorare senza retribuzione è sempre meglio che stare a casa a fare i biscotti.
Non seppi cosa rispondere, ma adesso lo so.
Adesso le risponderei che stare a casa a fare i biscotti è molto meglio, perché in quel caso il lavoro che fai permette a te di mangiare e non a qualcun altro che ingrassa alle tue spalle.

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11 pensieri su “È giusto lavorare gratis?

  1. La meglio proposta che ultimamente ho avuto é stata : vogliamo fare una collaborazione? Te mi dai quello che fai e collaboriamo a qualcosa di grande. Naturalmente no budget darling!

  2. Chiedere a una persona di lavorare gratis è sbagliato da tutti i punti di vista. Se si sfruttano quella persona e i suoi studi, le sue competenze, il suo talento, la sua esperienza per trarne beneficio, è alla stregua di un furto, è sfruttamento.
    Quel che succede nei lavori di intelletto, poi, è allucinante. Agli scrittori si chiedono racconti gratis, ai fotografi foto gratis, ai grafici web o locandine gratis, agli architetti “due idee” gratis, agli illustratori disegni gratis, ai cantanti concerti gratis e via dicendo.
    Tutto sotto la voce “Ti fai esperienza o ti fai conoscere”.
    A chiederlo sono Istituzioni pubbliche e private, Enti, Aziende, Giornali e avanti così.
    Bisogna smetterla dicendo tutti “No, grazie”.

    Però è anche vero che io sono cresciuta nell’epoca della gavetta e la gavetta è fondamentale per farsi le ossa, per imparare, per acquisire esperienza e competenza. Perché non si esce da un percorso di studi già pronti per un lavoro competente.
    Vero è che quella gavetta o era poco pagata ma comunque pagata (oggi li chiamiamo stage) oppure durava un periodo limitato di tempo.
    Nei lavori che ho fatto, quando ho coperto ruoli di responsabilità, mi è capitato che alcuni ragazzi mi chiedessero di potermi affiancare gratuitamente per poter imparare. Se non c’era budget, e comunque se erano loro a chiederlo, lo facevo.
    Ma quel breve periodo al mio fianco era una quotidiana spiegazione di quello che stavano facendo e perché, era un vero affiancamento.

    Quindi sono completamente d’accordo con te, ma non sottovaluterei l’importanza della gavetta che ormai sembra non voler più fare nessuno (il concetto però, un tempo, era: prendo una persona volenterosa e portata, la formo e poi ho una risorsa preziosa. Se posso darle due lire nel periodo di formazione, meglio, se non posso, il periodo sarà breve).

  3. Approvo anche le virgole. Anche se poi penso ad alcuni musicisti che hanno fatto gavetta, si sono autofinanziati per qualsiasi trasferta e ora sono quelli che sono, giornalisti che hanno fatto gavetta e ora mangiano in testa a molti, stagisti che si sono fatti il culo quadro e ora, nella stessa azienda, dettano legge. Quindi, in conclusione, non ci capisco più un cazzo! Però approvo, questo ci tengo a dirtelo!

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