Quell’anno in cui preferì rimanere senza calendario

Avevo ricevuto in regalo da una mia cara amica, per Natale, un calendario di Dalì.
Appena scartai avanti al lei il bel pacchetto, e capì di cosa si trattava, la mia felicità raggiunse livelli mai visti e quasi mi sentì in colpa per averle regalato un misero ed orrendo specchietto da borsa verde acido brillantinato.
Ringraziai sinceramente e dopo il nostro incontro tornai a casa soddisfatta e tanto, ma tanto desiderosa di Primo Gennaio.
Tuttavia feci un errore banale e grossolano:  in preda all’entusiasmo non non badai  a quali immagini (una per ogni mese) contenesse effettivamente il calendario, e questo errore  mi si rivoltò contro con tutta la sua forze proprio il primo di gennaio.
Quella mattina, dopo colazione, tutta desiderosa di appendere il maledetto calendario al gancio, feci per aprire il cassetto, presi l’oggetto della discordia tra le mani e controllai la prima immagine; era una scultura:
una sfera blu. Era enorme e campeggiava sull’intera pagina.

Perplessa, ma non sconfitta, sbirciai anche l’immagine di febbraio; un’altra scultura:
una statua le cui fattezze erano appena accennate.

Cominciai a capire che il mio entusiasmo iniziale era stato fin troppo eccessivo, e ormai quasi rassegnata continuai a voltare le pagine.

Marzo era un’uovo gigante; Aprile, invece, sempre una sfera enorme di un colore tra il giallino e il marrone. Le altre immagini non le ricordo, ma erano veramente brutte per corrispondere ai mesi dell’anno.
Dalì non dovevi farmi questo.
Me lo sarei aspettata più da Duchamp, ma in quel caso non avrei fatto obiezioni, giuro!

A questo punto guardai il calendario, poi guardai il gancio, e poi di nuovo il calendario.  Cosa fare?
Dammi un segno.

Il segno, è inutile dirlo, non arrivò e così dovetti far fronte a quella situazione drammatica contando sulle mie uniche forze.
Per fortuna, però, la mia immaginazione non mi abbandonò:
pensai a me, in un freddo mercoledì piovoso di novembre, seduta alla mia scrivania: nel mio campo visivo i libri (andavo ancora al liceo quell’anno) e una immagine deprimente di quel calendario.
No, non poteva durare: dovevo sbarazzarmi al più presto di quel nefasto regalo (anche perché controllai subito la foto di Novembre e corrispondeva a del ferro battuto con altri pezzi di oggetti non ben identificati).
Con ferma risolutezza riposi il calendario nel cassetto da cui lo avevo estratto e giurai a me stessa di non appenderlo, se non nel caso in cui  -malauguratamente- la mia amica avesse deciso di venirmi a trovare.

E quell’anno rimasi senza calendario.

Ad essere sincera non è che rimasi proprio senza calendario, ne usai uno di frate indovino che non so chi, e per quale ragione, aveva regalato a mia nonna.
Ma questa è un’altra storia.

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7 pensieri su “Quell’anno in cui preferì rimanere senza calendario

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